Caso Njeem (Almasri): Governo italiano sotto accusa per presunte violazioni della Convenzione

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In data 29 maggio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha reso noto di aver comunicato al Governo italiano i ricorsi Y. contro Italia (ricorso n. 13270/25) e Z. contro Italia (n. 7051/26) ai quali ha deciso di accordare un trattamento prioritario ai sensi dell’art. 41 del Regolamento della Corte, in ragione della loro importanza e urgenza.

I ricorrenti, cittadini del Sudan e della Costa D’Avorio, attualmente in Italia, ritengono di essere stati vittime di torture durante il periodo di detenzione in carcere sotto il controllo dell’ex-capo della polizia paramilitare libica, Osama Elmasry Njeem (anche noto come Osama Almasri Njeem o, più sinteticamente, Almasri).

Il ricorrente Y, cittadino sudanese, prima di giungere in Italia nel 2022, ha trascorso un periodo di detenzione in Libia nel 2018 nel centro di Al-Jadida, per poi essere trasferito nel 2020 dalle milizie armate nella base militare di Mitiga dove lamenta di essere stato torturato e costretto a combattere. La ricorrente Z, una cittadina ivoriana, fuggita in Libia quando era ancora minorenne, sostiene di essere stata ridotta in schiavitù, sottoposta ad abusi sessuali e condotta nella prigione di Mitiga.

I ricorsi originano dalla mancata esecuzione da parte delle autorità italiane del mandato di arresto emesso in data 17 gennaio 2025 dal Procuratore della Corte Penale Internazionale contro Almasri, accusato di crimini contro l’umanità. Il ricorrente Y asserisce che la mancata esecuzione da parte dell’Italia del mandato di arresto violi i propri diritti ai sensi dell’articolo 2 (diritto alla vita) e dell’articolo 3 (proibizione della tortura) della Convenzione. La ricorrente Z invoca, oltre quanto già fatto valere dal ricorrente Y, anche la violazione dell’articolo 4 (proibizione della schiavitù e del lavoro forzato) e dell’articolo 6, par. 1 (diritto di accesso a un tribunale) della Convenzione.

Almasri era stato arrestato in Italia, a Torino, il 19 gennaio 2025; tuttavia, due giorni dopo la Corte d’Appello di Roma aveva rifiutato di convalidare l’arresto, ritenendo che il mancato intervento del Ministero della Giustizia nel procedimento costituisse un vizio insanabile della procedura adottata. Egli fu rimesso in libertà e immediatamente traferito in Libia su un aereo militare italiano.

Alla base della liberazione da parte delle autorità italiane vi era stato un asserito vizio di procedura. Il nostro ordinamento dispone regole molto rigide per l’estradizione e la cooperazione con la CPI, dettate dalla legge n. 237/2012, che sembra escludere (ma il punto è degno di approfondimento) qualsiasi autonoma iniziativa della polizia, anche nei casi d’urgenza. La polizia giudiziaria, invece, aveva eseguito l’arresto, applicando erroneamente le norme del codice di procedura penale in materia di estradizione (art. 716 c.p.p.). La normativa applicabile, sul cui contenuto pende, peraltro, una questione di legittimità costituzionale, prevede che la procedura cautelare avrebbe dovuto articolarsi tassativamente in tre fasi: ricezione della richiesta della CPI da parte del Ministro della Giustizia, trasmissione degli atti dal Ministro alla Procura Generale presso la Corte d’appello di Roma, richiesta formale di misura cautelare della Procura alla Corte d’appello, l’unica legittimata a disporla.  Nel caso di specie questo iter era stato violato: il Ministro della Giustizia, pur avendo ricevuto la richiesta della CPI, non aveva provveduto a trasmetterla tempestivamente al Procuratore Generale al momento dell’arresto e non ha compiuto atti ulteriori in tal senso. Ciò ha costretto la Corte d’appello di Roma a liberare l’imputato, generando un corto circuito istituzionale, che ha avuto ulteriori seguiti in sede penale.

Più in particolare, nel gennaio 2025, la Procura della Repubblica di Roma aveva avviato un procedimento penale nei confronti della Presidente del Consiglio dei Ministri, dei Ministri della Giustizia e dell’Interno e di un Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Successivamente, il Tribunale dei Ministri aveva richiesto al Parlamento l’autorizzazione a procedere nei confronti di alcuni degli indagati, richiesta che la Camera dei deputati ha respinto nell’ottobre 2025, ritenendo che le condotte contestate fossero riconducibili alla tutela della sicurezza nazionale. Ad oggi è in corso un procedimento penale nei confronti di un’alta funzionaria del Ministero della Giustizia, recentemente cessata dall’incarico, nell’ambito del quale, peraltro, la Camera dei deputati ha sollevato conflitto di attribuzioni alla Corte costituzionale.

La Corte Penale Internazionale ha aspramente censurato l’accaduto, ricordando all’Italia l’obbligo inderogabile di cooperare per la consegna dei ricercati per crimini internazionali (art. 87, par. 7, dello Statuto della CPI).  A seguito di tale violazione, la CPI ha formalmente deferito l’Italia all’Assemblea degli Stati Parte dello Statuto che si svolgerà nel dicembre 2026.