“Terra dei Fuochi”: a che punto è l’esecuzione della sentenza Cannavacciuolo?

La “Terra dei Fuochi” è tornata a incendiare il dibattito pubblico il 1° luglio 2026, quando la Prima Commissione del Consiglio regionale della Campania ha ascoltato in audizione il Commissario straordinario del Governo per le bonifiche, il generale Giuseppe Vadalà, e i rappresentanti dei comitati territoriali, chiamati a riferire sullo stato degli interventi e sulle criticità ancora avvertite dalle comunità locali. In quella sede il Commissario ha riferito della rimozione di 1.800 tonnellate di rifiuti nell’area di Ponte Riccio e di una riduzione degli incendi del 25% rispetto all’anno precedente; a fronte di questi risultati, i comitati hanno, però, mantenuto un atteggiamento prudente, ribadendo la necessità di tradurre gli impegni assunti dallo Stato in una tutela effettiva dell’ambiente, della salute e della vita.

Pochi giorni prima, il 24 giugno, era stata presentata a Casal di Principe la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, le cui circa quattrocento pagine offrono un quadro utile per valutare lo stato di attuazione della sentenza Cannavacciuolo e altri c. Italia.

Al centro della pronuncia, infatti, c’è proprio quel territorio tra Napoli e Caserta, esteso su novanta comuni e segnato da decenni di sversamenti, interramenti e roghi illegali di rifiuti (anche pericolosi) a noi familiare come “Terra dei Fuochi”.

Di fronte a un tale inquinamento noto alle autorità almeno dagli anni Novanta, alcuni residenti e familiari di persone esposte si sono rivolti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che con sentenza pilota del 30 gennaio 2025, ha accertato la violazione dell’art. 2 CEDU, ritenendo che lo Stato non avesse predisposto una risposta tempestiva, coordinata e sistematica a un rischio grave per la vita e la salute della popolazione.

In particolare, le indicazioni della Corte si articolano lungo tre direttrici:

  1. la predisposizione di una strategia complessiva e coordinata, capace di individuare e aggiornare le aree contaminate, valutare l’inquinamento di suolo, acqua e aria, gestire i rischi sanitari, prevenire nuovi sversamenti e procedere alla bonifica dei siti;
  2. l’istituzione di un meccanismo nazionale di monitoraggio indipendente, con il coinvolgimento di soggetti privi di legami con le istituzioni, in grado di verificare l’attuazione e l’efficacia delle misure nonché il rispetto del cronoprogramma;
  3. la creazione di una piattaforma informativa pubblica, unica, accessibile e regolarmente aggiornata, contenente dati sui rischi ambientali e sanitari e sullo stato di avanzamento delle bonifiche.

La risposta italiana è stata illustrata nel Piano d’azione del 18 dicembre 2025, esaminato dal Comitato dei Ministri nel marzo 2026.

Sul piano normativo, il d.l. 25/2025 ha esteso alla “Terra dei Fuochi” le competenze del Commissario unico per la bonifica delle discariche abusive e dei siti contaminati, attribuendogli il coordinamento delle attività di censimento e bonifica, sotto il monitoraggio dell’ISPRA. Il successivo d.l. 116/2025 ha, invece, rafforzato il contrasto agli illeciti ambientali, inasprendo le sanzioni e ampliando gli strumenti investigativi.

Sul piano operativo, sono stati avviati il censimento e la caratterizzazione dei siti, interventi di rimozione dei rifiuti, piani di controllo contro sversamenti e incendi, attività di monitoraggio sanitario e la progettazione della piattaforma IDEAH, destinata a integrare dati ambientali, sanitari e relativi alle bonifiche.

A tal proposito, la già richiamata relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta, presentata nel giugno 2026, restituisce un quadro in chiaroscuro. Da un lato, la diminuzione dei roghi mostra che il rafforzamento dei controlli e delle misure repressive sta producendo effetti concreti. Dall’altro, il documento richiama l’attenzione sulla contaminazione delle falde, dove sono stati rilevati superamenti dei limiti di tricloroetilene e tetracloroetilene, con possibili ricadute sull’uso delle acque e sulla filiera alimentare che andrebbero ben oltre il tradizionale perimetro dei novanta comuni.

Questi dati si intrecciano con le contestazioni formulate dai ricorrenti nella comunicazione del gennaio 2026, rivolta al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. A loro avviso, la risposta italiana resterebbe ancora troppo frammentaria: il ricorso a un Commissario straordinario, per sua natura temporaneo, infatti, non avrebbe risolto in modo stabile la sovrapposizione delle competenze tra Stato, Regione ed enti territoriali, né garantito una programmazione completa per tutti i siti censiti. Anche il monitoraggio affidato a ISPRA sarebbe insufficiente, soprattutto per l’assenza di una partecipazione formalizzata e continuativa dei comitati e per la scarsità di dati disaggregati e indicatori verificabili sullo stato delle bonifiche. A ciò si aggiungono, inoltre, i ritardi della piattaforma informativa e del sistema di sorveglianza sanitaria, che, secondo i ricorrenti, non sarebbero ancora pienamente operativi né facilmente accessibili.

Il quadro che emerge è quello di un percorso avviato, ma ancora incompleto: alle misure già adottate dovranno ora seguire risultati stabili sul territorio, maggiore trasparenza e un controllo effettivamente indipendente. I progressi compiuti mostrano, tuttavia, che l’esecuzione della sentenza Cannavacciuolo non è rimasta solo sulla carta, come registrato anche dal Comitato dei Ministri nella sua decisione del marzo 2026.

La sfida, entro aprile 2027 (termine per l’attuazione delle misure generali), sarà trasformare – anche con adeguati finanziamenti – gli interventi emergenziali e commissariali in un sistema stabile, coordinato e verificabile di tutela dell’ambiente, della salute e, in definitiva, del diritto alla vita.