Sul Nobel per la pace 2026, Corte penale internazionale e dintorni

Il 9 ottobre 2026, il Comitato norvegese per il Nobel ha conferito il Premio Nobel per la pace a Navanethem «Navi» Pillay per il suo impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale.

L’Osservatorio federiciano CEDU – pur votato all’analisi della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e, più in generale, dello Strasbourg machinery – non può che plaudire a una decisione che, con ogni evidenza, è connessa alla salvaguardia di una cultura di osservanza del diritto internazionale, fondamento su cui si regge anche il sistema convenzionale europeo.

Il percorso di Navi Pillay attraversa snodi cruciali nello sviluppo del diritto internazionale contemporaneo. Nata a Durban nel 1941 da una famiglia di origine tamil, sperimenta le asprezze del regime di apartheid in Sudafrica, patrocinando la difesa dei prigionieri politici, tra cui Nelson Mandela. Nel 1995, diviene la prima donna non bianca nominata giudice dell’Alta Corte del Sudafrica, dove però resterà poco poiché, nello stesso anno, viene eletta al Tribunale penale internazionale per il Ruanda, che presiederà dal 1999 al 2003. Quale giudice della Camera di prima istanza ha contribuito all’adozione della sentenza Akayesu (1998): la prima condanna per genocidio pronunciata da un’autorità internazionale, che ha anche avuto il merito di evidenziare come la violenza sessuale sistematica possa costituire un atto genocidario. Seguono l’esperienza alla Corte penale internazionale (2003-2008), nella fase fondativa immediatamente successiva alla sua entrata in funzione, e il mandato come Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (2008-2014). Siede, inoltre, come giudice ad hoc della Corte internazionale di giustizia nella causa promossa dal Gambia contro il Myanmarper violazione della Convenzione sul genocidio a danno dei Rohingya. Dal 2021 al 2025, ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sul Territorio palestinese occupato e Israele, concludendo, nel settembre 2025, che nella Striscia di Gaza sono stati commessi atti di genocidio.

Le ragioni alla base del conferimento del premio vanno comunque al di là della pur straordinaria biografia di Pillay e sono state esplicitate dal Comitato norvegese per il Nobel nel comunicato ufficiale, laddove ha affermato che

«international law is a foundation for a more peaceful world. At a time of existential challenges […] international law is no longer just a supplement to peace and security. It is an absolute necessity.

And yet, the system of international law is under tremendous pressure, and its institutions are under attack. […] Whenever might overtakes right, it undermines stability, trust and peaceful co-existence.

Peace requires justice. History has shown that a world operating without the rule of law is unjust, unwise and inhumane. The judges – those who guard the thin red line between order and chaos – are therefore highly deserving of our praise. But today, as these same judges are sanctioned, and their institutions are attacked, we need people of courage, vision and determination – qualities that Navi Pillay demonstrates in her work on the bench».

In questo quadro, il riconoscimento assume quindi almeno tre ordini di significato. In primo luogo, costituisce un’espressione di solidarietà verso la Corte penale internazionale, per gli uomini e le donne che la compongono e ne permettono il funzionamento, e il suo mandato di reprimere crimini internazionali nell’interesse della comunità internazionale nel suo complesso, nel momento più difficile della vita di questa istituzione. Diversi giudici della Corte, oltre al Procuratore, sono stati infatti colpiti da sanzioni statunitensi, che il 9 ottobre, a poche ore dall’annuncio del premio, sono state estese alla Corte in quanto istituzione. Il conferimento riafferma poi il ruolo centrale delle Nazioni Unite e del multilateralismo, che lo stesso comunicato indica come uno sviluppo fondamentale dell’ordine mondiale delineatosi dopo la Seconda guerra mondiale. Emerge infine l’istanza di una società civile che rifiuta fermamente un ordine internazionale scandito dal primato della forza o dalla sopraffazione, ravvisando nella lotta contro l’impunitàun’autentica premessa per una pace giusta e duratura.

Il significato del premio può poi essere ancor meglio compreso guardando alle scomposte reazioni di Israele e degli Stati Uniti.

Tuttavia, il comprensibile entusiasmo che il premio ha suscitato nell’opinione pubblica rischia di tramutarsi ben presto in delusione e di alimentare un senso di sfiducia, rassegnazione e disincanto, se gli Stati parti delle Nazioni Unite e dello Statuto di Roma decideranno di non intraprendere iniziative significative volte a rilanciare il multilateralismo e a proteggere le istituzioni internazionali, in primis la Corte penale internazionale.